La valorizzazione dei boschi italiani: a che punto siamo?

Tra il 1990 e il 2010 la superficie boscata italiana è aumentata di quasi il 20%, a fronte di un incremento del 5% rilevato nello stesso arco di tempo nell’intera Unione Europea (Global Forest Resourse Assessment, 2010). Eppure tale espansione è andata di pari passo con il ridursi degli interventi selvicolturali nei nostri boschi: a fronte di un volume di 9,7 milioni m3 di legname prelevati nel 1995, si è scesi a un volume di 7,7 milioni m3 nel 2012 (Eurostat, 2013). Come si evince dal seguente grafico, l’economia forestale italiana ha perciò ampi margini di sviluppo ai fini di una maggior valorizzazione delle nostre risorse naturali.

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Quale è il valore della gestione attiva del bosco?

I boschi e le foreste, che in Italia rappresentano l’ecosistema terrestre territorialmente più esteso (34% della superficie nazionale), concentrano nella loro “multifunzionalità” l’esempio più rappresentativo di cosa possano essere quei servizi ecosistemici, cosi come definiti dal Millennium Ecosystem Assessment (MEA, 2005), a cui le politiche internazionali, comunitarie e nazionali, dedicano sempre maggiore attenzione. Il concetto di multifunzionalità forestale ci riporta, inevitabilmente, al dualismo tra la difesa dell’ambiente e lo sviluppo economico e, soprattutto, agli sforzi per una loro convivenza sostenibile. In riferimento alla multifunzionalità ambientale del patrimonio forestale nazionale, la lotta al cambiamento climatico, la salvaguardia della biodiversità e la conservazione degli habitat e del paesaggio, la produzione di energie rinnovabili, la depurazione e regimazione dell’acqua, la limitazione dei processi di erosione e desertificazione dei suoli, la difesa idrogeologica e la prevenzione da calamità naturali, la fruizione storica, turistica e ricreativa, esprimono proprio quell’interesse pubblico, di valore costituzionale primario e assoluto, che trova in una attiva gestione forestale sostenibile (in contrapposizione con l’abbandono delle attività colturali e di presidio del territorio), uno degli strumenti fondamentali per la sua effettiva tutela e valorizzazione, nell’interesse della collettività e del bene giuridico patrimoniale che il bosco rappresenta, in riferimento alla sua funzione economico-produttiva.

Lo sviluppo industriale e il massiccio esodo dalle aree montane e collinari verso i grandi centri industriali hanno portato a una forte riduzione della attività agrosilvopastorali, fondamentali non solo per la produzione di beni alimentari e non, ma più in generale per la gestione del territorio e per l’esecuzione delle normali opere di presidio e manutenzione che da esse derivano. Tale fenomeno ha determinato in primo luogo una lenta e progressiva espansione del bosco a discapito di aree agricole e pascolive abbandonate, facendo si che la superficie nazionale sia più che raddoppiata, passando dai quasi 5 milioni di ettari censiti nel 1950, agli oltre 11 milioni dei nostri giorni (Fonte: “Forest Resource Assestment (FRA, 2010”), FAO)

La produzione di energia da biomassa è un processo carbonio-neutrale. Perché?

L’utilizzo della biomassa per fini energetici è una delle strategie promosse da molti Paesi per ridurre le emissioni di gas serra in atmosfera. La biomassa vegetale è infatti considerata un’energia rinnovabile, creata da un processo chimico naturale, la fotosintesi. Con la fotosintesi, le piante trasformano il carbonio da anidride carbonica (CO2) in biomassa vegetale. Essendo un’energia rinnovabile, si considera che la biomassa sia anche carbonio-neutrale. Il concetto di neutralità consiste nell’attribuire zero emissioni di gas serra all’utilizzo di un certo materiale. Nel caso della biomassa, il concetto è basato sull’ipotesi che il carbonio rilasciato durante la combustione non contribuisca ad aumentare la concentrazione di CO2 in atmosfera, ma venga riassorbito con la ricrescita della vegetazione. Questo assorbimento non accade nel caso dei combustibili fossili, dato che i tempi per la loro formazione sono molto più lunghi.

È vero che un impianto a pellet ha emissioni equiparabili a quelle di un impianto a legna?

Le biomasse legnose non sono tutte uguali, e nemmeno le emissioni da esse derivanti. La tipologia di biomassa, unitamente alla tipologia di impianto di riscaldamento utilizzato, determinano, a livello di emissioni inquinanti, delle differenze notevoli, che dovrebbero impedire un’equiparazione del pellet con la legna da ardere. Il pellet, infatti, utilizzato all’interno di moderne stufe, ha delle prestazioni fortemente migliorative rispetto a quelle di un impianto tradizionale alimentato con la legna da ardere.

Grafico PM10 

Emissioni_PM10

Grafico CO2

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Il pellet rimane vantaggioso nonostante il crollo del presso del petrolio?

Nonostante il crollo del prezzo internazionale del petrolio, il vantaggio competitivo del pellet rispetto ai combustibili fossili rimane determinante e pressoché costante, in particolare nei confronti del Gpl e del gasolio. La sostituzione di un impianto a Gpl o a gasolio con un moderno impianto a pellet continua pertanto ad essere una scelta economicamente premiante per l’utente finale.
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